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Robertomaria Siena
Giorgio Ortona è senz'altro un artista
controcorrente; lo è perché solleva la spinosissima questione del "realismo". Il
realismo era stato distrutto dalle avanguardie storiche e, successivamente,
dalle neoavanguardie.
Tutta l'arte contemporanea è arte dell'ermetico e
dell'inusitato; questo è accaduto perché l'arte ha rifiutato, per se stessa, una
funzione materna ed assertiva, una funzione tendente a ribadire, nel fruitore,
il già noto, l'abitudine a prendere abitudini. Giorgio Ortona teme che però,
abbandonato il realismo, ci si allontani anche dalla grande questione filosofica
che al realismo è legata. E' dunque da un punto di vista metafisico (oltre che
pittorico) che dobbiamo guardare al lavoro del nostro. Osserviamo i quadri su
"Roma" (dal 94 al 96); l'ipotesi guida è quello della riconoscibilità; siamo
così riportati al dato, ad un "factum" liberato dalle suggestioni magate
dell'enigma. "L'infinito ed il trascendente escono del tutto sconfitti" dalla
pittura di Ortona. "Finitismo" e "fenomenismo" sono i protagonisti indiscussi
della ricerca dell'artista nato a Tripoli. L'arte, per lui, non è alla ricerca
del noumeno che si staglia dietro le cose; le cose sono le cose, come dice
Pessoa. I fenomeni rimandano ai fenomeni e questi esauriscono l'intero arco
vitale dell'essere e del reale.
Detto questo Ortona sottolinea potentemente un altro
aspetto del realismo; accanto al naufragio del trascendente si staglia,
conseguentemente, lo scacco di ogni forma di "nobilitazione". La pittura non
guarda verso l'alto (qualsiasi esso sia), ma insegue il fenomeno sin dentro le
strutture più infime della "deiezione". Di qui la serie dei "Sacchi" che celebra
a piene mani i gradi più bassi dell'essere con voluta attenzione. Il nostro non
intraprende le strade dell' Arte Povera; non opera il passaggio dal quadro
all'oggetto. E' sempre alla pittura che rimane demandato il compito di trattare
del fenomeno; ciò accade perché Giorgio Ortona vuole costringere la pittura, una
volta dedita alle cose nobili e nobilissime, ad occuparsi di ciò che non viene
invaso dalla luce trasfiguratrice dell'eidos. E' dunque Platone l'oggetto della
polemica ortoniana; non si creda che si tratti di una posizione anacronistica.
Il platonismo risorge continuamente dalle sue ceneri e pertanto si rende
necessario al fenomenismo di affilare le armi in una lotta che durerà
sicuramente finché il sole scalderà il pianeta terra e accompagnerà le azioni
degli uomini.
La reviviscenza del
realismo, Genzano, Centro d'Arte Contemporanea Luigi Montanarini, 1996.
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Antonio Lopez Garcia
...me parece que este quadro, está en el futuro de cierta pintura; esto enlaza
con cosas de mucho prestigio, con Corot, con Morandi, con cierta pintura
metafísica. Veo que las cosas de este paisaje las haces muy
bien; las sientes mucho; sientes muy bien las cosas distantes sumergidas en la
luz. Aquí percibes todo el paisaje, y muy profundamente...
...esta es una pintura extraordinaria, de verdad! , muy buena, muy auténtica y
original, muy sensibile, muy culta, es tan culta que no se nota, así tiene que ser, sin prensunción, ni obstentación...
...Yo noto que tú biológicamente estás más cerca de entrar en sintonía con el
paisaje; esto te hace encontrar un lenguaje pictórico más limpio y puro. En este
cuadro, se nota Italia, y toda su tradición pictórica...
Jerez de la Frontera,
settembre, 1997
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Barbara Martusciello
…immagini del proprio presente, urbano e industriale, sono rese dalla
pittura iperrealistica di Giorgio Ortona e da quella più rarefatta di
Massimo Campi. Il primo attraverso i dettagli, superfici ben definite,
colori netti e probabili apre su ampi panorami che si riferiscono a una
cultura metropolitana e di forte comunicazione ma vista attraverso una lente
che ne dia un viraggio raffinato e rigoroso; Campi restituisce la propria
angolazione pittorica attraverso un processo di rarefazione, alleggerendo il
rigore contaminandolo con impasti matrici che producono una visione incerta,
non definita, sospesa, inquietante ed insieme accattivante, come strade
isolate, periferie, garage, autostrade deserte, silos, auto in corsa, cieli
e panorami polverosi eppure poetici; entrambe le visioni si fanno portatrici
di quell’epica del quotidiano propria di molto cinema d’autore e di certa
giovane narrativa della cosiddetta microquotidianità…
Eventi Arte contemporanea a Sermoneta, Sermoneta, Fondazione R.
Caetani, 1998.
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Letizia Leone
Palazzi. Un volo radente sulla città che intrappola interi
quartieri, stretti primi piani di un muro condominiale, la luce opaca che
ingoia la Prenestina, il taglio prospettico di un edificio che irrompe
invasivamente sulla tela: è l'apparizione di Roma nella pittura.
La scelta di esporre una serie di quadri sul paesaggio
urbano romano non è casuale in un artista che ha eletto la sua città come
fonte inesauribile di "materiale" estetico. E poi la pittura, il senso del
mestiere, la necessità e l'urgenza di recuperare e affermare il valore della
pittura come mezzo moderno di ricerca e sperimentazione. "Sono convinto che
dopo il duemila la pittura acquisterà sempre più senso come lavoro lento,
come approfondito processo di conoscenza estetica di contro al
mondo-fotocopia" afferma Ortona.
La sua è una ricerca attenta che parte dallo scandaglio di
zone romane e laziali recuperate al degrado attraverso la visione estetica.
Solo costruzioni, un accavallarsi di palazzi che lasciano lo spazio ad altri
palazzi, né macchine, né presenze umane; solo lo studio sulla forma, sulla
luce, sul colore.
Ricordo mattine luminose o pomeriggi a girare per strade
alla ricerca di luoghi definitivi da regalare all'arte, era come se le
visioni chiamassero: un palazzo isolato sulla Colombo (che ormai non esiste
più, coperto dalla nascita dei condomini), prospettive geometriche su campi
verdi con una luce felice che riusciva a riscaldare i residui tumorali di un
orizzonte industriale.
Una sorta di romanticismo freddo lo definisce Ortona, e
passa a dipingere nature morte; sacchi di cemento. E come se a questa
mancanza di pittura si sopperisse in modo energico ponendo pesantemente
sulla tela il materiale da costruzione, la corposità, il dato fenomenico, la
datità da cui riprendere il cammino nel segno di un radicale e originario
mestiere. Nella qualità della materia pittorica.
Studio su Roma,
Velletri,
Galleria Il Narvalo, 1998.
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Arnaldo Romani Brizzi
...Vi sono, quindi, opere di stretto valore
vedutistico, secondo la nuova tradizione del genere rinnovato, come nel caso
di artisti quali Andrea Aquilanti, Daniele Galliano, Federico Guida, Giorgio
Ortona, Mauro Reggio. Si tratta di impostazioni sceniche che mimano solo in
apparenza l'impostazione naturalistica, dando poi, a lettura maggiormente
approfondita, indicazioni che inevitabilmente riconducono all'attualità dei
linguaggi pittorici contemporanei. Infatti, e innanzitutto, risulta ben
evidente l'origine fotografica del loro comporre, la temperie
antinaturalistica del trattamento tecnico e cromatico, l'esibizione voluta e
leggibile di una asciuttezza del disegno. Le vedute sono quelle che sono:
Santa Maria Maggiore, dalla parte absidale, a completamento dei lavori di
ristrutturazione della piazza antistante, nell’opera di Aquilani; il
cantiere stradale nel tratto che separa, a ridosso di mura, Porta Maggiore
da San Giovanni, nell’opera di Galliano; la Fontana dei Fiumi a Piazza
Navona, in Federico Guida; una veduta panoramica, a volo d’uccello, sulla
sopraelevata e verso l’ex pastificio Panzanella, in Giorgio Ortona; il
cantiere dei Fori Romani, al disotto del Campidoglio e del Vittoriano, dalla
parte dell’Arce Capitolina, in Mauro Reggio. Ma la resa pittorica ha fissato
l’intento della propria ricerca in base a un altro punto di vista: la
coscienza del luogo è trasmessa, in realtà, per il mezzo di un tradimento
tanto più inquietante, in quanto non flagrante.
Cantieri romani, Roma, Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea,
2001.
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Ludovico Pratesi
...Così, i
pennelli visionari dei migliori rappresentanti della figurazione
italiana (Bertocci, Di Stasio, Fiorentino, Gandolfi, Guida, Livadiotti,
Ortona, Pignatelli, Reggio e Tulli) hanno descritto con un pizzico di
fantasia e una sana ventata di simbolismo una Roma metafisica e surreale...
Cantieri romani, Roma,
Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea, 2001.
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Carlo Fabrizio Carli
…Giorgio Ortona è un pittore che ha alle spalle una laurea in architettura e un
attento esercizio del disegno e rilievo dei monumenti; vale a dire, che in lui
l’interesse tematico per l’edificio e la città ha radici ben solide. Anzi, ai
limiti della passione esclusiva: basti pensare che molte delle nature morte che
egli affianca alle inquadrature urbane hanno per soggetto sacchi di cemento, di
gesso o di pozzolana: inconfondibili materiali da costruzione.
Si aggiunge il fatto che Ortona è stato anche allievo in
Spagna di Antonio Lopez Garcia, il più noto degli iperrealisti iberici, che, in
grandi dipinti su tavola, dipinge inquadrature urbane di semicentro e periferie
con fantasmagorico virtuosismo.
Sono appunto queste le esperienze ispiratrici del lavoro di
Ortona, delle sue inquadrature della periferia romana (non però, in genere, di
quella estrema, come nelle tele di Massimo Campi o di altri nuovi paesaggisti
urbani), tra Tiburtina, Prenestina e Casilina, in prossimità della loro
divaricazione poco oltre il “nodo” di Porta Maggiore: quella che fu un tempo –
un tempo che appare oggi remotissimo, quasi favoloso – la periferia pasoliniana.
Inquadrature che denunciano spesso l’emergenza formale – che
equivale pure all’inserimento del dipinto in coordinate cronologiche – del
grande parallelepipedo dell’ex pastificio Pantanella in ristrutturazione,
affiancato dalle gru.
Scenari, anche questi, disertati da presenze umane, anzi
perfino privi di automobili: e suscita realmente un’impressione di irreale
pietrificazione, poniamo (cito uno dei dipinti più significativi e spettacolari
dell’artista: Cantiere Pantanella, del 1999), osservare il groviglio dei
viadotti della Sopraelevata – sempre concitati di traffico nella realtà
quotidiana – vuoti e silenziosi; e sotto il deposito dell’ATAC, con gli autobus
affiancati ed inerti…
Margini metropolitani, Velletri, Museo Diocesano, 2001.
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Marco Di Capua
Dal punto di vista dell'arte è possibile, per certi versi,
che uno possa vivere molte vite: quelle del politico, del mistico, del
letterato, del sociologo, del mitografo, del santo... Del diabolico, perché
anche criminali ne abbiamo avuti. Sotto il raggio dell'arte, ti dici, sono
consentite, anzi proprio incitate un'infinità di altre simulazioni, in
Giorgio Ortona sonnecchiano un architetto, un topografo,, un urbanista le
cui facoltà non sono più quelle di operare, costruire, progettare, rilevare,
o forse sono tutte queste cose insieme sintetizzate nel solitario piacere di
contemplare. Che è un piacere isolatore, come quello di leggere, o di
scrivere. Poi viene il dipingere, certo, ma intanto uno parte da qui, dal
semplice guardare. L'uomo che guarda. E magari ti ricordi quel capolavoro di
Nanni Moretti, "Caro Diario", dove il protagonista se ne andava in giro con
il suo vespone per osservare in santa pace le facciate delle case di Roma.
Le case dei suoi quartieri preferiti, le finestre, i portoni, i balconi, gli
attici, me lo ricordo benissimo, perché uno che se ne va in giro in quel
modo guarda in alto, ha il naso per aria, mica guarda giù, alla propria
misura, insomma non ne vuole sapere di marciapiedi affollati né di facce
umane, di tutte queste brutte facce voglio dire, dei gesti, delle voci. Per
questo è prudente, si cautela, sceglie una domenica di agosto. E' il trionfo
della città meno i suoi abitanti.
Cioè meno la volgarità, la pesantezza, l'idiozia. Come
Barthes, il quale godeva nel passeggiare per le vie di una città straniera,
dove chi parla usa una lingua sconosciuta. Questo lo proteggeva. Anche in
quel caso: la lingua, la forma, senza il suo contenuto. Solo suoni. Una
sterminata chiacchiera priva di ricadute, conseguenze, minacce. La città che
dipinge Ortona, puoi stringere gli occhi quanto vuoi, è davvero senza
nessuno. Come se tra le sue strade fosse circolato l'ordine tassativo di una
controra: tutti a casa, chiudete porte e persiane. Perché non è che questa
città sia senza vita. Questo non lo puoi dire. La vita la intuisci
perfettamente lì sotto, lì dentro, solo che non la vedi e non ti pesa. La
senti scorrere, ma come sotto traccia, linfa sotto pelle. Il resto è solo
architettura e luce., vita e morte delle forme, farsi e disfarsi di
geometrie, microesistenze e mute peripezie di tetti, cornicioni, intonaci,
mattoni. Ricavi un certo grado di purezza nell'essere così, il flaneur
dell'inerte, di un mucchio di storie potenziali: "chi ci abita lì"?
Con quale passione per l'esattezza, nella documentazione e
nella resa, Ortona punta l'immagine, appostandosi simile a un cecchino,
mettendo in evidenza quanto questo mondo di pietra sia mutevole. Vario,
pieno di un'infinità di piccoli fenomeni, magari effimeri, di quelli che
proprio durano un niente, come nella grande natura degli impressionisti.
Intercetta minimi flash, movimenti di microscopiche ombre. Polveri. Non c'è
finestra che, pur lontanissima, sia uguale all'altra, a quella che le sta a
fianco, o sotto. Ortona non è un pittore astratto. Un agglomerato di case
per lui non corrisponde ad un unico ideale formale ma ad una irradiazione di
forze dal suolo. Eppure è evidente come questa ricchezza di dettagli sia il
risultato di uno sguardo che punta allo scheletro della scena. Scorpora,
spolpa, la visione. Un'aria di deserto soffia su questa Roma. Deserto
ebraico, nordafricano. Città assetata. Se ci pensi, Probabilmente il
desiderio di Giorgio è quello di discernere quale specie di macchinazione
celi dentro di sè il caos. La sensazione è quella di un paesaggio
sgranocchiato. Sgrattato qua e là, sgraffiato, corroso, eppure
perfettamente, lucidamente intatto nella sua essenza. Scarnificato solo allo
scopo di farne risultare lo scatto più interno, l' emanazione di un'energia
vasta, anonima, impersonale. I quadri di Ortona trovano quel punto di
equilibrio, traballante evitale, che c'è tra un pensiero costruttivo e
l'azione che lo determina.
Ecco una Roma molto simile, anche nella distorsione
grandangolare, alla Madrid di Antonio Lopez Garcia, forse il più grande
pittore vivente, a suo tempo maestro di Giorgio, tanto da ispirarne oggi
anche l'esecuzione di queste figure, di questi formidabili ritratti, prove
di un realismo accanito. E come nei quadri dello spagnolo, ecco qui
l'esercizio di una messa a fuoco progressiva, mobile, spostata qua e là
nella precisazione calibrata e nell'omissione semplificante. Focalizzazione
diversificata che stabilisce il tempo della visione. Solo che per Lopez
Garcia Madrid è stata un punto di arrivo, l'estrema tappa di un destino, di
una vocazione tormentata. Per Giorgio, Roma è lo start di una corsa.
L'inizio di una caccia.
Questa non è una città antica, quella dalle falde più oscure.
Nessuna gloria di tempi remoti. Nessun monumento o roba simile. Nemmeno una
chiesa. E non è nemmeno la città moderna per eccellenza, quella da terzo
millennio, gettata verso il futuro, non è mica una di quelle tecnocittà che
si espandono nel vetro, puntando, come dita leggerissime e inumane, al
cielo. Nulla del genere. Perché questa è una città di mezzo, anonima,
normale, periferica, palazzinara perfino, simile a tante città mediterranee.
Ne hai viste un sacco. E' la parte di Roma che è cresciuta tra gli anni
Cinquanta e Sessanta attorno alla Tangenziale, a questo totem oggi venerato
da molta giovane pittura romana, come un corpo attorno alla propria spina
dorsale. Qui non c'è niente di eccezionale. In teoria non ci sarebbe niente
da vedere. Ma allora perché ti agganci a scene così, che come per un
risucchio escludono tutte le altre, a questa città spezzettata, ingrandita,
moltiplicata nella rifrazione illimitata di se stessa?
La città di mezzo,
Ragusa,
Studio Nuova Figurazione, 2002.
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Jessica Dawson
...The artist I most look forward to seeing in depth is Rome-based Giorgio
Ortona. Represented here by five small oils on wood panels, Ortona produces
tight, small notebook-page-size schemes of postwar architecture around Rome.
Most feature blocky apartment houses from the 1960s and '70s. He paints them
in a palette of blanched yellow and orange that seems to nearly obliterate
the heaviness such buildings usually carry. Somehow cramped, rectilinear
geometries end up feeling airy and Mediterranean...
Still Lifes With Street Corner and Homeless Kids, “The
Washington Post”, November 6, 2003.
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Tiziana D'Acchille
Negli ultimi anni gli artisti che hanno incentrato la
propria ricerca sul racconto di una realtà urbana sono stati numerosi, e
molti di essi discendono, per così dire, da un filone privilegiato che dal
settecento in avanti, mi sia lecito questo estremo spostamento indietro, ha
conferito dignità di soggetto artistico anche al dettaglio minimo
appartenente alla realtà quotidiana e inserito all’interno di un vero e
proprio paesaggio.
Questo rivolgimento di attenzione acquista maggiore forza e
assume le caratteristiche di un vero e proprio genere nel momento storico in
cui emerge appieno la crisi dell’arte aulica, di corte, che abbandona in
parte le celebrazioni ufficiali e lascia spazio al racconto dell’uomo
contemporaneo, dei suoi limiti e dei suoi enigmi, accompagnato da irrisolte
questioni esistenziali e tuttavia ancora grande.
Dal momento in cui la pittura ha contemplato l’idea di
realizzare dei racconti visivi in cui il protagonista fosse soltanto l’uomo
e la sua vita quotidiana, anche la meno nobile, abbiamo quindi assistito
alla crisi dei linguaggi, alla disputa talvolta acre e impietosa delle
avanguardie, ma mai al definitivo abbandono di questa predilezione per
l’universo minimo della quotidianità.
Mi piace pensare che il racconto della realtà urbana
proposto da Giorgio Ortona nei suoi lavori possa discendere da una
tradizione centenaria, sebbene esso trovi la sua collocazione privilegiata
all’interno di una fascia di artisti che nello specifico dai primi anni
trenta in avanti hanno letteralmente creato un nuovo scenario urbano e
umano. Il racconto di Ortona è lucido e tagliente, inquadra un mondo di
personaggi fissati al quadro da una luce sempre intensa e abbacinante, come
pure una sequenza di quartieri romani visti dall’alto che hanno tutta la
potenza espressiva di un cinemascope. I quartieri che ritroviamo ancora una
volta sulle tavole sono però ormai lontani dalle immagini cui ci avevano
abituato Mafai, Scipione, Melli e poi Vespignani: lontani ormai da quella
umanizzazione e poesia del paesaggio urbano tanto cara alla scuola romana,
gli scorci urbani di Ortona hanno le forme e i colori di una
contemporaneità che sembra averci ipnotizzati e annichiliti con la sua
stessa imponenza e il suo irrimediabile disordine, identificandosi sempre
più nella metropoli labirintica che lo stesso artista avvicina
ambiziosamente ai cretti di Burri.
E’ una Roma svuotata di rumore e di caos, in cui l’estetica
delle palazzine e dei colori, lontana da ogni idea razionale di piano
regolatore, assume i contorni di una forma archetipica, di un labirinto in
cui perdersi con la vista per ritrovare poi un filo, una traccia di
identità. In questa esperienza pittorica che somiglia sempre più a un
viaggio iniziatico l’insito ordine di Ortona contagia però anche la città
con le sue asimmetrie e i suoi suburbi assolutamente confusi e
architettonicamente ai limiti dell’illeggibile. Gli interni, le figure, gli
scorci e i paesaggi appaiono quindi ritagliati da un grande bisturi che ne
delinea i contorni sulla sottile punta di matita e ne definisce i colori
secondo una tavolozza estremamente pulita e nitida.
La vitalità che si esprime nel disordine lo affascina, lo
seduce, ma contemporaneamente ne è spaventato, ha bisogno di allontanarsi
momentaneamente per poterla registrare sul suo taccuino personale.
La strumentazione tecnica dell’architetto Ortona è il mezzo
attraverso cui egli ordina, misura, annota il mondo circostante: come i
primi scopritori di piante o specie animali riportavano sui loro notes con
accurata meticolosità ciò che andavano per la prima volta scoprendo del
mondo, così Ortona raccoglie nell’universo pittorico gli oggetti del “suo”
mondo. Ma non si tratta soltanto di un occhio clinico, catalogatore, bensì
di un occhio partecipe, indagatore che riesce a superare il vuoto che c’è
tra la mera sensazione, che pure è la prima modalità di percezione della
realtà, e il sentimento, ovvero l’adesione profonda all’oggetto ritratto.
Da queste opere traspare quindi, oltre all’annotazione
particolareggiata di tutti gli elementi presenti nello spettro visivo, anche
un vero e proprio amore per quello che lo sguardo riesce a coprire, come se
la realtà potesse prendere effettivamente forma solo dopo un’attenta
decodifica. E’ un amore per la catalogazione, primo motore di ogni quadro,
amore per il paesaggio urbano, per la chitarra Fender, amore per la figura
del padre scomparso: un elemento solo apparentemente in contraddizione con
la lucidità estrema dello sguardo, ma che accomuna con tutta evidenza le
opere in mostra.
I paesaggi romani, reali e virtuali al tempo
stesso, dall’idea del vedutismo subito si allontanano per diventare
organismi quasi viventi, in cui cromie, luci e ombre si affastellano e si
inseguono, disegnando una vista dall’alto che scruta la città, ne ascolta il
battito, ma prudentemente se ne tiene a debita distanza, una distanza di
sicurezza, per così dire.
Al di là della pittura, cosa ci regala il lavoro di Giorgio
Ortona? Una cosa che non ha prezzo, ci ricorda la differenza che passa tra
guardare e vedere, tra l’attenzione distratta che riserviamo spesso a ciò
che ci circonda e l’infinita bellezza che invece si nasconde nelle pieghe
delle “cose”, quando queste cose sono “abbracciate” dal nostro sguardo, a
volte pudico, timoroso, ma in realtà pieno di affetto, di compassione.
Nel labirinto, Ciampino, d'AC Galleria Comunale
d'Arte Contemporanea, 2004.
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Edoardo Sassi
...E' una della tendenze caratteristiche della pittura degli
ultimi anni, che soprattutto a Roma annovera un numero sempre crescente di
validi artisti: si tratta del cosiddetto "realismo urbano", ovvero di
un'arte pittorica solidamente ancorata a un impianto figurativo e che
cerca ispirazione nei paesaggi periferici, nell'architettura della città
moderna e non necessariamente monumentale: antenne, garage, condomini,
automobili, vedute prospettiche e saggi di figura...
...si tratta di Massimo Campi e Giorgio
Ortona, bravi nell'interpretare la poesia delle cose tristi che si cela nel
paesaggio contemporaneo ed entrambi sorretti da una buona tecnica...
La poesia dei paesaggi urbani nelle tele di Campi e Ortona, ”Corriere
della Sera”, 14 febbraio 2004.
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Paolo Repetto
...Anche i paesaggi urbani di Giorgio Ortona sembrano negare la presenza
umana: sono immagini, testimonianze, angolosi confini, descritti da un
architetto che ha scelto un segno nervoso e un colore austero per
esorcizzare il grido soffocato del mondo: Nelle sue spoglie periferie:
innaturali sarcofaghi di cemento, un deserto artificiale, facciate remote
come lapidi, Ortona vuole essere la coscienza di una superficie, scabra ed
essenziale, che trascrive il vero dell’alienazione. Come un sismografo del
moderno, la sua mano registra i movimenti dell’attualità – anche in gelidi
interni, in cui la figura umana appare pietrificata dalla solitudine,
dall’interrogazione, dal silenzio. Ma la sua mano non può che tracciare
linee rette, orizzontali e verticali; non può che stendere un colore magro,
schivo, graffiato, nella rarissima presenza di un segno curvo, un gesto
ondulato, una presenza morbida e amica. Nella sua essenziale pittura, così
tutto appare privo di qualcosa: rimane soltanto una sagoma, un’apparenza, un
secco, trasparente guscio, svuotato dal midollo della vita…
Gamliel Janson Ortona Sesia, Ragusa, Galleria Ibiscus, 2004.
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Paolo Nifosì
...Ortona rivolge la sua attenzione alla città,
allo spazio urbano dipinto con leggerezza in una luce delicata, con
campiture che si organizzano a tarsia: i suoi sono frammenti urbani
contemporanei, quelli delle periferie, della vita "normale" di tutti i
giorni; all'artista il compito di cogliere la verità del proprio tempo...
Gli occhi della memoria,
“La Sicilia”, 8 dicembre 2004.
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Maurizio Sciaccaluga
…La
sfida della miglior ritrattistica di oggi è tirar fuori l'anima dal corpo,
rendere palese e conosciuto ciò che invece spesso è nascosto. Ovviamente,
diversi e lontani tra loro sono i nomi per farlo. Se la scuola pittorica
siciliana - da Alvarez a Sarnari, da Floridia a Zuccaro, da Colombo a
Puglisi - punta spesso l'attenzione anche sull'ambiente che circonda gli
uomini, per riuscire a evidenziare addirittura l'anima della terra, lo
spirito e il carattere che contraddistinguono la gente di un determinato
luogo, la lezione dei romani - veri e d'adozione, come Tornabuoni, Ortona,
Janson e Pedro Cano - insegna a puntare sulla storia e sulla
citazione. Gli isolani proiettano nelle atmosfere dei luoghi gli stati
d’animo dei personaggi, la loro indole, mentre i pittori della capitale
giocano con il passato, chiamano in causa antichi maestri per suggerire che,
anche per quanto riguarda l’anima, tutto passa e ritorna. Nelle figure
attuali cercano e scoprono gli atteggiamenti delle donne di Vermeer, delle
figure del Novecento, dei vizzosi e monumentali nudi barocchi, per far
capire che l’anima di un uomo altro non è che il suo passato, il passato
della sua gente, gli eventi e le vicende che il suo Dna gli ha tramandato
senza che lui se ne renda conto…
Il corpo dell'anima,
Ragusa, Galleria Ibiscus,
2004.
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Lorenzo Canova
La pittura di Giorgio Ortona è profondamente legata
alla rappresentazione della città, e in particolare all’immagine di una certa
Roma, della cui periferia storica, delle zone narrate e filmate da Pasolini e
Rossellini, il pittore è riuscito a condensare il nucleo antico di intonaco, di
asfalto e di calore, il chiarore denso e impastato che fonde i palazzi e le
strade in un manto polveroso di luce. Ortona, tuttavia, dipinge la città anche
quando sembra raffigurare altro, quando si concentra sulle sue figure erette
come torri e rinchiuse nelle stanze e negli interni, ritratte in altri momenti
sulle terrazze aperte sul cielo e sulle vie della grande metropoli, o quando
sceglie per le sue nature morte i sacchi di quel cemento che serve per dare una
forma e un corpo tangibile alle case, ai balconi e ai cortili.
Si potrebbe credere che l’artista utilizzi questi temi grazie
alla sua solida formazione di architetto, ma si potrebbe pensare altresì che la
stessa scelta degli studi di architettura è stata presa dall’autore per dare
maggior peso e concretezza alla sua attitudine interiore e al suo amore per la
città.
Ortona, dunque, è il pittore delle grandi vedute di Roma e di
Napoli in cinemascope, dei nuovi vicoli partenopei, della Pantanella e della
sopraelevata della capitale, della città che si attorciglia come un serpente
alle pendici di Monte Mario, dei ritratti dolenti di un padre nella sua
quotidiana intimità, dei sacchi dipinti come frutti rigogliosi di una natura
morta seicentesca.
In qualche modo, il pittore è un testimone delle metamorfosi
urbane, dei cambiamenti, dei problemi e dei miglioramenti della metropoli,
grazie ad uno sguardo che si è fissato ripetutamente su alcuni luoghi che nel
corso degli anni hanno cambiato radicalmente faccia e ambiente sociale, come è
accaduto all’area che gravita intorno al quartiere del Pigneto, dove il pittore
ha il suo studio, e che Ortona ha spesso raffigurato nei suoi quadri
“documentando” la storia recente di una zona che (da Roma città aperta in poi)
rappresenta un centro importante per l’iconografia della Roma contemporanea.
Ortona ottiene questi risultati grazie alla sua peculiare
capacità pittorica e disegnativa, alla particolare qualità della sua stesura
cromatica che riesce a modulare la severità prospettica e architettonica ad una
pennellata sottile e palpitante, ad una grumosità accesa da un fremito che
infonde una vibrazione vitale ai particolari degli edifici, alle sezioni dei
mobili, alla fissità dei corpi colti nell’immobilità astraente di un momento
quasi fuori dal tempo.
Il viaggio dell’artista è però recentemente giunto ad una svolta,
ad un punto cruciale di trasformazione che vede la sua opera sospesa tra una
figurazione rigorosa e ineccepibile e la sua possibile negazione, tra la
tentazione di riprodurre la realtà attraverso una rappresentazione minuziosa e
inflessibile e la volontà di ricordare allo spettatore che la pittura è sempre
una parafrasi concettuale di quello che ci appare. Ortona intende forse
mescolare la sua solidità iconica, la sua visione analitica e quasi lenticolare,
la minuziosità da camera ottica del progettista (e del vedutista) ad un senso di
incertezza e, talvolta, di disfacimento, ad una sorta di insidia, un virus
scelto dal pittore per stravolgere tutti i risultati acquisiti all’interno del
suo sistema figurativo.
Le grandi prospettive metropolitane, le scene negli interni e gli
stessi autoritratti dell’artista subiscono così dei cortocircuiti improvvisi,
denunciano la presenza incongrua di elementi che si insinuano nel tessuto delle
immagini, ne interrompono la fluidità, alterano il loro scorrimento e aboliscono
la loro plausibilità visiva generando un sentimento di incertezza, un allarme
strisciante che mette in guardia lo spettatore dalle sicurezze della percezione
e della coscienza. Ortona, a tal fine, utilizza cancellazioni e inserti
geometrici, rettangoli, macchie e sovrapposizioni concepiti forse come “filtri”
tra lo spazio “fittizio” del dipinto e il nostro mondo, come un’intersezione
temporale tra la figurazione e la nostra visione, sospesa volutamente
dall’artista in una condizione di dubbio e di crisi latente. Il supporto della
pittura diviene così il terreno per un’analisi serrata dei meccanismi
linguistici della riconoscibilità, in una rappresentazione sospesa che lascia
allo spettatore il compito di ricomporre e completare il volto interrotto
dell’immagine, il mosaico composito e difforme di una città che la pittura di
Giorgio Ortona riesce a rivelare nel suo corpo vitale, nella sua essenza che la
rende il centro e il terreno di scontro delle mutazioni della contemporaneità.
Metamorfosi urbane,
Roma, Galleria
Officina 14, 2005.
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Philippe Daverio
...E poi Giorgio Ortona l'architetto che piace
tanto al mio amico Vanni Pasca perché del mistero dell'architettura
racconta il momento ad alto pathos della costruzione e del calcestruzzo...
Viaggio in Sicilia, Palermo, Galleria Nuvole, 2005.
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Vittorio Sgarbi
...quegli autori, da Kokocinski, a Bergomi, a Ortona, che riprendono la grande
tradizione italiana di figurazione, senza rischi fotografici o illustrativi, di
concentrazione nella forma, dell'idea
della forma...
...Ortona, vedutista avvertito dalla moderna tradizione del realismo spagnolo e
dal realismo americano riportati in una pittura franca e luminosa...
XXXII Premio Sulmona,
25 settembre 2005 / Video
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Alessio Verzenassi
...Altrettanto figurativi ma stilisticamente
opposti risultano invece i fogli di Giorgio Ortona, il quale fa uso
programmatico di liscissimi cartoni e matite, perlopiù, dure e acuminate.
Ciò gli consente diagnosi senza approssimazioni, ostinate, puntigliose, in
cui l'indagine non sorvola su nessun elemento rilevato e offre possibilità a
quel particolare che l'artista decide di raccontare senza volontà
d'economia. Poi, delle stesure saltuarie di colore ad olio s'integrano in
alcune aree delle figure disegnate e accorano l'esito espressivo delle
immagini, scortandole, peraltro, al vago confine con la pittura...
T.E.C. Le tecniche esecutive dell'arte contemporanea, Frascati, Scuderie
Aldobrandini, 2005.
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Chiara
Gatti
...Fluttuando fra le architetture nude di Petrus e gli edifici severi di
Mauro Reggio, s'incontrano le periferie polverose di Giorgio Ortona, che è
bravissimo nel distillare ovunque silenzio e ansietà. Dalla dimensione
pubblica a quella privata, il percorso approda al concetto di metropoli come
luogo degli incontri, della solitudine, della follia e dell'amore molesto...
la Repubblica, 25 giugno, 2005
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Lorenzo Canova, Federica Pirani
…Ma è ancora la visione della città, di Roma e delle sue periferie, che
unisce Pasolini alle nuove generazioni di artisti e di registi: la relazione
affettiva con gli spazi lontani dal centro storico e soprattutto con le
periferie sembra segnare anche il lavoro di molti autori attivi su versanti
differenti, in una forte linea di continuità (che unisce pittura, cinema e
fotografia) che mostra molto bene come Pasolini sia non soltanto un
riferimento etico e letterario, ma come costituisca anche e ancora un
modello figurativo. Si potrebbe partire così simbolicamente da Caro
Diario
(1993), film in cui Nanni Moretti gira per la città in Vespa scoprendo le
sue architetture periferiche, borghesi e popolari, visitando la Garbatella
di
Una vita violenta e rendendo omaggio allo stesso Pasolini con un lungo
pellegrinaggio (accompagnato dalla musica di The Köln Concert) di
Keith Jarrett) verso l’idroscalo di Ostia, il luogo della morte del poeta,
“un viaggio nella propria riscoperta identità fino a condurre lo spettatore
ad esplorare la provvisorietà estrema della città”. In questo contesto
troviamo Giorgio Ortona, autore profondamente legato alla rappresentazione
della periferia di Roma, delle zone narrate e filmate da Pasolini e
Rossellini, delle cui metamorfosi il pittore è testimone attento, in opere
dove la pittura si condensa in un nucleo antico di intonaco, di asfalto e di
calore, e dove la città viene rivelata nel suo corpo vitale, nella sua
essenza che la rende il centro e il terreno di scontro delle mutazioni della
contemporaneità…
Pasolini e Roma. Margini e confini, Roma, Museo di Roma in Trastevere,
2005.
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Lea Mattarella
Parlare di Giorgio Ortona per me ha un
significato particolare. Perché la sua pittura è il mio panorama quotidiano. E
non a causa della sua vocazione romana; infatti, io vivo sì tra le mura
della città eterna, ma in un quartiere che a Giorgio pittoricamente non
interessa affatto. E’ che quando si entra nel mio appartamento c’è una sua
gigantesca veduta che sta lì da quando ci abito io; è stata la prima cosa che
abbiamo appeso in casa. Messa proprio sopra il divano a vegliare sulle nostre
serate. E appena varchi la porta è la prima cosa che vedi: una periferia, la
tangenziale, tutto un po’ grigio, anche il cielo. Posso dire che forse è la cosa
che mi ritrovo davanti di più durante il giorno. Eppure, dopo tanti anni,
ancora mi capita di osservarla, di soffermarmi su alcuni particolari: su quelle
sommità dei palazzi in alto a sinistra, sulla curva della strada, su quel tetto
di un deposito che lascia intravedere qualcosa, su un improvviso accendersi di
giallo, su una lontananza che sembra proseguire all’infinito. Sto lì e
guardo. Mi chiedo che ora è in questa tela e mi convinco sempre di più che sia
l’alba. E mi piace.
Prima di me Ortona si era soffermato proprio su quell’angolo,
lo aveva scelto, elevato a soggetto pittorico. Perché lui guarda la città e la
ritrae. Senza enfasi ma con una specie di orgoglio consapevole. La sua Roma non
è monumentale e forse non è neanche bella. Però, grazie a lui lo diventa. Tutte
quelle palazzine si trasformano sotto il suo sguardo in incastri meravigliosi.
Allora capisci che niente deve essere pensato in un solo modo, che puoi cambiare
il tuo punto di vista su un frammento di mondo se qualcuno te lo porge nella
maniera opportuna, te lo offre alla giusta distanza. Ecco, Ortona questa
inquadratura a ‘misura’ la conosce bene: scova terrazze, muri ciechi, finestre,
interni di appartamenti, figure solitarie, tetti e ci mostra il nostro solito
paesaggio urbano, periferico e anonimo, quello in cui corriamo tutti i giorni,
come non l’avevamo mai visto.
Ci sono persone sul pianerottolo, anziani affacciati alle
finestre, la moglie con il volto cancellato, i guanti da giardino o da cucina
bene in vista, le pantofole. Giorgio riesce a rendere l’eroismo del quotidiano,
come solo certi registi sanno fare. Tu guardi, ma nello stesso tempo riesci a
sentire gli odori, a cogliere il rumore di quello che hai davanti.
Per me la sua pittura è molto cinematografica. Quando vedi la
figura del padre che si ripete nello stesso quadro con poche variazioni, o
quello zoom in quella via di uno dei tanti quartieri romani che appare
affascinate proprio per la sua banalità, oppure quella gru intenta a muoversi
sotto i tuoi occhi, è evidente che la sua pittura, lenta nell’esecuzione, dà,
tuttavia, la sensazione del movimento. A volte anche della rapidità.
Guardo la Figura all’Esquilino e mi sembra di corrergli
davanti. Lui resta lì, aspetta qualcuno, ma io nel frattempo sono già lontana,
magari sulla solita tangenziale a raggiungere un tetto da dove affacciarmi, come
Sergio guarda Roma. Questo è un altro dipinto singolare perché Sergio non
c’è: è un soggetto cancellato, come se veramente la sua esistenza avesse un
senso soltanto per il fatto di trovarsi lì, su quella sommità a guardare la vera
ispirazione di Ortona: la città.
E Sidney, con la sua maglietta gialla che assiste con
relativa indifferenza alla costruzione di un nuovo edificio fa riflettere sul
fatto così singolare che si può trovare la bellezza, la forma, la suggestione
dappertutto. Io se penso a un nuovo palazzo che viene su, mi atterrisco, poi
guardo questo quadro esposto qui e mi sembra che le gru siano la
rappresentazione visiva della vitalità. È solo una questione di cambiamento di
prospettiva.
Giorgio lo sa bene: basta saper valutare la distanza. Quando
apre la sua finestra su questa variazione di grigi, gialli, rosa, azzurri (credo
che il verde sia un colore quasi bandito dalla sua tavolozza), sull’equilibrio
di pieni e vuoti, di luci e ombre, sa che questo immenso paesaggio che si trova
davanti può trasformarsi in un piccolo frammento ed è così che lo acchiappa. La
città lui la smembra in tanti pezzi che un giorno magari qualcuno si divertirà a
rimettere insieme, come un gigantesco puzzle di cui ogni dipinto costituisce un
tassello già compiuto. Ed è bello immaginare che tutto ciò che lo spazio urbano
contiene, tutta quella vita, sia entrata in una piccola tavola, dalla pittura
secca, ruvida, potente, compatta e intatta. E forse come succede ad Achab con
Moby Dick, della Roma di Ortona si può dire che è “lei che insegue lui, non lui
che insegue lei”. E, infatti quando va fuori, cerca sempre qualcosa di simile.
Durante il suo “Viaggio in Sicilia” (il progetto di Nuvole e Planeta) è riuscito
a farsi trovare anche tra le campagne da un frammento di metropoli.
C’è qualcosa di lirico, di romantico in queste vedute in cui appare sempre il
cielo, che cambia colore, timbro, forse suono. Netto e preciso come quello di
una chitarra jazz. Ma questa metafora era facile, perché Giorgio la suona. Lui
crede di avere una specie di doppia vita, un po’ schizoide: quella del pittore e
quella del musicista. Ma la sua musica è la colonna sonora del film di questi
quadri. È così evidente!
Roma, Palermo, Galleria Nuvole, 2006.
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Claudia Di Pasquale
...Poche palazzine popolari si affacciano su una striscia d'asfalto, scura e
deserta. Le terrazze e i tetti di decine di edifici scarni, simili gli uni agli
altri, si perdono fino all'orizzonte. Un'altra gru sovrasta il guard rail in
primo piano di una circonvallazione. Sono i paesaggi di Giorgio Ortona dedicati
alla periferia romana...
la Repubblica,
29 novembre, 2006
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Plinio Perilli
...Un pittore come Giorgio Ortona sembra
riusare a tratti l'idea di paesaggio urbano come
Sironi (o la periferia del Portonaccio di un
Vespignani, le vedute romane di Mafai e Scipione, calde o infiammate,
neoespressioniste), per restituire delle vedute dell'odierna Roma
panoramiche e minuziose, luminose quanto desolate, infittite dal macerante
traffico della metropoli, nella dinamica deriva della modernità...
Una pittura che, per paradosso ribaltato,
sembra nascere dove finisce la fotografia, metaforizzando la testimonianza
perplessa e affascinata, lungimirante e stordita di quegli svincoli, quelle
tangenziali, quei viadotti, quegli agglomerati, quei capannoni, quelle
terrazze domestiche anonime eppure intimissime...
Con lui, un'intera generazione di nuovi
artisti pone la città come incubo primario, avvolgente e prospettico...
Il riuso come romanzo,
”Metamorfosi
- quaderni di architettura”,
2006.
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Alessandro Riva
…Così come Roma è protagonista, quasi sempre, dei quadri di Giorgio Ortona,
pittore dalla forte carica gestuale e dal ritmo incalzante, che opera una
sorta di frammentazione continua del paesaggio urbano in vista di una
ridefinizione delle sue coordinate di base, sulla base di una forte
soggettività emozionale. Il paesaggio di Ortona non è mai oggettivo, ma
ricostruito secondo punti di vista inconsueti, reinventati, sovrapposti,
secondo armonie e disarmonie spaziali di grande intensità emotiva, con una
pittura vibrante, fatta di scarti improvvisi, di cancellature, di abrasioni
e ripensamenti che riallacciano il pittore alla miglior tradizione
espressionistica europea…
The New Italian Art Scene, Taipei,
Taipei Fine Arts Museum, 2007.
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Tahar Ben Jelloun
...Giorgio Ortona cancella il volto di uno
scaricatore di porto;…
…Il
mare è anche una speranza andata a male, una scommessa che scava una tomba
immensa, vascelli di carta che affondano nella notte e altri che si alzano
come statue spaventate dalla bellezza del mondo, dalla grazia di una grande
speranza. Questo è ciò che gli artisti qui riuniti esprimono con eleganza,
bellezza e talento…
Un mare di arte, Mediterraneo specchio del cielo, Palermo, Palazzo Sant’Elia,
2007.
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Gianluca Marziani
...Giorgio Ortona guarda alle zone
urbane che connettono il centro alla periferia, indagando un limbo
architettonico dove bellezza ed errore si confondono di continuo. La sua
pittura è sporca e densa, sembra impastata con l’aria dei cantieri e la
polvere del caos diurno. La stessa frontalità si rompe in un gioco di
ripetizioni, salti prospettici, scarti dello sguardo figurativo. Il
risultato è una panoramica dal sapore cinematografico e dalla carnosità
quasi informale, frutto di un’elaborazione interiore della Roma moderna.
Pigneto, San Lorenzo, Casilina, Prenestina, Esquilino… diversi quartieri ma
anche palazzi e altri luoghi specifici, connotati da storie forti del
tessuto urbano. Ortona, prediligendo scorci che ci distolgono dal pensiero
didascalico della città, individua le coordinate che hanno un’incidenza sul
proprio status interiore. Insiste sui luoghi che ogni giorno attraversa
dalla casa (zona Piazza Vittorio) allo studio (zona Pigneto), lungo una
direttrice ad alta concentrazione multiculturale. Gli stessi telai,
strutturati sul retro come bancali da cantiere, rispecchiano la regia
interiore di chi sente il rumore decoroso del quotidiano…
Memento armato, Milano, Fondazione Durini, 2008.
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Argàno Brigante
...Giorgio Ortona s’è autoritratto senza
faccia. Cosa nasconde, dietro quel volto cancellato? Voci. Supposizioni.
Ipotesi. Sussurri. La nostra vita va avanti. Una voce tira l’altra.
“Non fate pettegolezzi”, ha scritto Cesare Pavese nel biglietto lasciato
nella camera d’hotel, subito prima di morire.
Pettegolezzi? Noi?
No, no, e quando mai? Per carità, e chi ci pensa!…
Rumors, Torino, Ex Arsenale Borgo Dora, 2008.
Luca Beatrice
...architetture dense e campite di città subito riconoscibili come italiane
(Petrus, Ortona, Reggio)...
NoLand-la sparizione del paesaggio, Busto Arsizio, Fondazione Bandera
per l'Arte, 2009.
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