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Quella di Ortona è una pittura precisa,
aderente agli oggetti.
La pennellata esplora la superficie delle cose cogliendone i dettagli in un
tentativo di ricostruzione, al di là di ogni trasfigurazione onirica o
simbolica.
In questa riappropriazione delle forme l'oggetto viene isolato, diventa estraneo
al pittore che ora lo studia da una distanza che non concede nessun contatto.
Ortona stesso, in modo provocatorio, afferma: "per me non c'è differenza tra una
banana e un uomo, tra un pezzo di carne e una periferia. Quando dipingo io non
so cosa dipingo".
La realtà è il campionario asettico di un laboratorio e una lastra di vetro
sembra separarla dall'osservatore.
Tutto è e rimane immobile in questi quadri, mentre l'ispezione non si pone
limiti e congela sulla tela nature morte, paesaggi, elementi eterogenei. Con
questo modo di procedere si aprono infinite potenzialità alla rappresentazione
fondata sul riesame formale della vasta congerie dell'esistente.
Da queste opere giunge una suggestione di freddezza e di isolamento, quasi di
solitudine.
Incontriamo oggetti illuminati, indecisi a diventare gialli, lunghi e carnosi:
sono banane e bucce.
Altre volte, invece, viene esaltato uno squarcio di metropoli, epifania di un
ultimo paesaggio umano, o un palazzo risonante in un prato vuoto. Così come non
può non fare meraviglia la visione remota dei sacchi di cemento stivati in
qualche angolo di magazzino.
Ed è proprio qui la modernità del percorso figurativo di Ortona, nella tensione
spasmodica a voler liberare il linguaggio da ogni astrazione intellettuale o
ideale, da ogni pretesa di significazione. E' un lasciar parlare le cose stesse
sganciandole dalle formule per riposizionarle nel silenzio. Tutta l'opera
pittorica dell'artista, infatti, ha un solo anelito: un'urgenza di silenzio.
La pellicola è la membrana superficiale su cui si attarda il pennello.
"Ora soltanto il nulla" scriveva Benn, "ma con sopra lo smalto".
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