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Giorgio Ortona è senz'altro un artista
controcorrente; lo è perchè solleva la spinosissima questione del "realismo". Il
realismo era stato distrutto dalle avanguardie storiche e, successivamente,
dalle neoavanguardie.
Tutta l'arte contemporanea è arte dell'ermetico e dell'inusitato; questo è
accaduto perchè l'arte ha rifiutato, per se stessa, una funzione materna ed
assertiva, una funzione tendente a ribadire, nel fruitore, il già noto,
l'abitudine a prendere abitudini. Giorgio Ortona teme che però, abbandonato il
realismo, ci si allontani anche dalla grande questione filosofica che al
realismo è legata. E' dunque da un punto di vista metafisico (oltre che
pittorico) che dobbiamo guardare al lavoro del nostro. Osserviamo i quadri su
"Roma" (dal 94 al 96); l'ipotesi guida è quello della riconoscibilità; siamo
così riportati al dato, ad un "factum" liberato dalle suggestioni magate
dell'enigma. "L'infinito ed il trascendente escono del tutto sconfitti" dalla
pittura di Ortona. "Finitismo" e "fenomenismo" sono i protagonisti indiscussi
della ricerca dell'artista nato a Tripoli. L'arte, per lui, non è alla ricerca
del noumeno che si staglia dietro le cose; le cose sono le cose, come dice
Pessoa. I fenomeni rimandano ai fenomeni e questi esauriscono l'intero arco
vitale dell'essere e del reale.
Detto questo Ortona sottolinea potentemente un altro aspetto del realismo;
accanto al naufragio del trascendente si staglia, conseguentemente, lo scacco di
ogni forma di "nobilitazione". La pittura non guarda verso l'alto (qualsiasi
esso sia), ma insegue il fenomeno sin dentro le strutture più infime della
"deiezione". Di qui la serie dei "Sacchi" che celebra a piene mani i gradi più
bassi dell'essere con voluta attenzione. Il nostro non intraprende le strade
dell' Arte Povera; non opera il passaggio dal quadro all'oggetto. E' sempre alla
pittura che rimane demandato il compito di trattare del fenomeno; ciò accade
perchè Giorgio Ortona vuole costringere la pittura, una volta dedita alle cose
nobili e nobilissime, ad occuparsi di ciò che non viene invaso dalla luce
trasfiguratrice dell'eidos. E' dunque Platone l'oggetto della polemica ortoniana;
non si creda che si tratti di una posizione anacronistica. Il platonismo risorge
continuamente dalle sue ceneri e pertanto si rende necessario al fenomenismo di
affilare le armi in una lotta che durerà sicuramente finchè il sole scalderà il
pianeta terra e accompagnerà le azioni degli uomini.
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