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Negli ultimi anni gli artisti che hanno
incentrato la propria ricerca sul racconto di una realtà urbana sono stati
numerosi, e molti di essi discendono, per così dire, da un filone privilegiato
che dal settecento in avanti, mi sia lecito questo estremo spostamento indietro,
ha conferito dignità di soggetto artistico anche al dettaglio minimo
appartenente alla realtà quotidiana e inserito all’interno di un vero e proprio
paesaggio.
Questo rivolgimento di attenzione acquista maggiore forza e assume le
caratteristiche di un vero e proprio genere nel momento storico in cui emerge
appieno la crisi dell’arte aulica, di corte, che abbandona in parte le
celebrazioni ufficiali e lascia spazio al racconto dell’uomo contemporaneo, dei
suoi limiti e dei suoi enigmi, accompagnato da irrisolte questioni esistenziali
e tuttavia ancora grande.
Dal momento in cui la pittura ha contemplato l’idea di realizzare dei racconti
visivi in cui il protagonista fosse soltanto l’uomo e la sua vita quotidiana,
anche la meno nobile, abbiamo quindi assistito alla crisi dei linguaggi, alla
disputa talvolta acre e impietosa delle avanguardie, ma mai al definitivo
abbandono di questa predilezione per l’universo minimo della quotidianità.
Mi piace pensare che il racconto della realtà urbana proposto da Giorgio Ortona
nei suoi lavori possa discendere da una tradizione centenaria, sebbene esso
trovi la sua collocazione privilegiata all’interno di una fascia di artisti che
nello specifico dai primi anni trenta in avanti hanno letteralmente creato un
nuovo scenario urbano e umano. Il racconto di Ortona è lucido e tagliente,
inquadra un mondo di personaggi fissati al quadro da una luce sempre intensa e
abbacinante, come pure una sequenza di quartieri romani visti dall’alto che
hanno tutta la potenza espressiva di un cinemascope. I quartieri che ritroviamo
ancora una volta sulle tavole sono però ormai lontani dalle immagini cui ci
avevano abituato Mafai, Scipione, Melli e poi Vespignani: lontani ormai da
quella umanizzazione e poesia del paesaggio urbano tanto cara alla scuola
romana, gli scorci urbani di Ortona hanno le forme e i colori di una
contemporaneità che sembra averci ipnotizzati e annichiliti con la sua stessa
imponenza e il suo irrimediabile disordine, identificandosi sempre più nella
metropoli labirintica che lo stesso artista avvicina ambiziosamente ai cretti di
Burri.
E’ una Roma svuotata di rumore e di caos, in cui l’estetica delle palazzine e
dei colori, lontana da ogni idea razionale di piano regolatore, assume i
contorni di una forma archetipica, di un labirinto in cui perdersi con la vista
per ritrovare poi un filo, una traccia di identità. In questa esperienza
pittorica che somiglia sempre più a un viaggio iniziatico l’insito ordine di
Ortona contagia però anche la città con le sue asimmetrie e i suoi suburbi
assolutamente confusi e architettonicamente ai limiti dell’illegibile. Gli
interni, le figure, gli scorci e i paesaggi appaiono quindi ritagliati da un
grande bisturi che ne delinea i contorni sulla sottile punta di matita e ne
definisce i colori secondo una tavolozza estremamente pulita e nitida.
La vitalità che si esprime nel disordine lo affascina, lo seduce, ma
contemporaneamente ne è spaventato, ha bisogno di allontanarsi momentaneamente
per poterla registrare sul suo taccuino personale.
La strumentazione tecnica dell’architetto Ortona è il mezzo attraverso cui egli
ordina, misura, annota il mondo circostante: come i primi scopritori di piante o
specie animali riportavano sui loro notes con accurata meticolosità ciò che
andavano per la prima volta scoprendo del mondo, così Ortona raccoglie
nell’universo pittorico gli oggetti del “suo” mondo. Ma non si tratta soltanto
di un occhio clinico, catalogatore, bensì di un occhio partecipe, indagatore che
riesce a superare il vuoto che c’è tra la mera sensazione, che pure è la prima
modalità di percezione della realtà, e il sentimento, ovvero l’adesione profonda
all’oggetto ritratto.
Da queste opere traspare quindi, oltre all’annotazione particolareggiata di
tutti gli elementi presenti nello spettro visivo, anche un vero e proprio amore
per quello che lo sguardo riesce a coprire, come se la realtà potesse prendere
effettivamente forma solo dopo un’attenta decodifica. E’ un amore per la
catalogazione, primo motore di ogni quadro, amore per il paesaggio urbano, per
la chitarra Fender, amore per la figura del padre scomparso: un elemento solo
apparentemente in contraddizione con la lucidità estrema dello sguardo, ma che
accomuna con tutta evidenza le opere in mostra.
I paesaggi romani, reali e virtuali al tempo stesso, dall’idea del vedutismo
subito si allontanano per diventare organismi quasi viventi, in cui cromìe, luci
e ombre si affastellano e si inseguono, disegnando una vista dall’alto che
scruta la città, ne ascolta il battito, ma prudentemente se ne tiene a debita
distanza, una distanza di sicurezza, per così dire.
Al di la’ della pittura, cosa ci regala il lavoro di Giorgio Ortona? Una cosa
che non ha prezzo, ci ricorda la differenza che passa tra guardare e vedere, tra
l’attenzione distratta che riserviamo spesso a ciò che ci circonda e l’infinita
bellezza che invece si nasconde nelle pieghe delle “cose”, quando queste cose
sono “abbracciate” dal nostro sguardo, a volte pudico, timoroso, ma in realtà
pieno di affetto, di compassione.
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