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Poniamoci davanti ad uno di questi
quadri per comprendere se ci troviamo di fronte ad un interrogativo o ad una
risposta. Il problema si risolve con entrambe le soluzioni. Siamo messi
all'interno di un movimento che proietta nella coscienza un quesito di cui solo
gli oggetti sospesi della nostra personale biografia sono capaci, ma anche di
fronte all'evidenza che una risposta è stata data, non a noi in quanto
prigionieri di un privato recinto temporale; la risposta si rivolge ad una più
ostinata voce che muove lo sguardo liberato dell'arte.
La dimensione bifronte dello schermo ha dunque una doppia tensione; una ci
accarezza nel luogo più profondo del nostro pathos, entra nel mondo delle nostre
stanze, si appisola nel tempo; l'altra ci accompagna, ci mette in cammino verso
l'ambizione di diventare adulti, cresciuti e accresciuti nella nostra sostanza
umana. L'altra ci mostra l'apertura.
I quadri di Giorgio Ortona si possono leggere al negativo. Le zone non finite
sono il campo di una rivelazione, dove le concrezioni della materia, i solchi
più evidenti del pennello, coincidono con il luogo generoso che ci attende sulla
soglia dell'attraversamento, del passaggio al topos, dove il caos del nostro
paesaggio diventa destino. Buio acquietato dal dono. I sacchi che lo occupano
senza mai riempirlo non sono decorazione, sono semmai la spettacolare offerta di
uno strumento conoscitivo. Di un linguaggio che si sottrae ad ogni gerarchia e
si afferma come "forma di vita" che alligna su una tradizione e ci mostra un
varco ad orizzonte. Forma di vita "particolare" che è la forza di chi ha visto
crollare l'illusione di ogni possibile totalità. (Giovanni Battista Elia)
Palazzi. Un volo radente sulla città che intrappola interi quartieri, stretti
primi piani di un muro condominiale, la luce opaca che ingoia la Prenestina, il
taglio prospettico di un edificio che irrompe invasivamente sulla tela: è
l'apparizione di Roma nella pittura.
La scelta di esporre una serie di quadri sul paesaggio urbano romano non è
casuale in un artista che ha eletto la sua città come fonte inesauribile di
"materiale" estetico. E poi la pittura, il senso del mestiere, la necessità e
l'urgenza di recuperare e affermare il valore della pittura come mezzo moderno
di ricerca e sperimentazione. "Sono convinto che dopo il duemila la pittura
acquisterà sempre più senso come lavoro lento, come approfondito processo di
conoscenza estetica di contro al mondo-fotocopia" afferma Ortona.
La sua è una ricerca attenta che parte dallo scandaglio di zone romane e laziali
recuperate al degrado attraverso la visione estetica. Solo costruzioni, un
accavallarsi di palazzi che lasciano lo spazio ad altri palazzi, nè macchine, nè
presenze umane; solo lo studio sulla forma, sulla luce, sul colore.
Ricordo mattine luminose o pomeriggi a girare per strade alla ricerca di luoghi
definitivi da regalare all'arte, era come se le visioni chiamassero: un palazzo
isolato sulla Colombo (che ormai non esiste più, coperto dalla nascita dei
condomini), prospettive geometriche su campi verdi con una luce felice che
riusciva a riscaldare i residui tumorali di un orizzonte industriale.
Una sorta di romanticismo freddo lo definisce Ortona, e passa a dipingere nature
morte; sacchi di cemento. E come se a questa mancanza di pittura si sopperisse
in modo energico ponendo pesantemente sulla tela il materiale da costruzione, la
corposità, il dato fenomenico, la datità da cui riprendere il cammino nel segno
di un radicale e originario mestiere. Nella qualità della materia pittorica.
(Letizia Leone)
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