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La sopraelevata di Roma, con i suoi
piloni, e il suo serpente di asfalto che sorvola i palazzi, è uno dei soggetti
più amati da molti artisti italiani che lavorano sul paesaggio urbano, così da
Sergio Ceccotti a Francesco Cervelli, da Olivo Barbieri fino a Giorgio Ortona,
la Tangenziale Est è protagonista di quadri, fotografie e film che utilizzano la
sua incombenza per rappresentare le differenti "situazioni metropolitane" della
capitale.
Questa immagine, del resto, unisce quasi
simbolicamente Roma a Campobasso, dove come prima immagine della città,
arrivando in macchina o camminando a piedi dalla stazione ferroviaria verso
l'università, si incrociano gli intrecci asfaltati dei viadotti che accompagnano
il traffico delle auto. Studio 137-3, per le sue due prime mostre, ha deciso
così di scegliere due autori romani che lavorano sul tema della Tangenziale come
Cervelli e Ortona per tracciare concretamente questo legame emblematico.
Giorgio Ortona, infatti, è uno degli autori più legati alla rappresentazione
della Tangenziale, e non a caso il MACRO di Roma conserva un suo quadro che
rappresenta proprio la Tangenziale nei pressi della Pantanella, opera acquistata
in occasione della mostra "Cantieri Romani" (a cura di Arnaldo Romani Brizzi e
Ludovico Pratesi) che proprio negli spazi dell'attuale MACRO celebrava il grande
sforzo di rinnovamento della città di Roma in occasione del Grande Giubileo del
2000.
Ortona è un autore molto attento alla rappresentazione della città, e in
particolare della periferia storica romana narrata e filmata da Pasolini e
Rossellini, in opere dove l’artista è riuscito a condensare il nucleo antico di
intonaco, di asfalto e di calore, il chiarore denso e impastato che fonde i
palazzi e le strade in un manto polveroso di luce. Il viaggio del pittore è
recentemente giunto ad una svolta, ad un punto cruciale di trasformazione che
vede la sua opera sospesa tra una figurazione rigorosa e ineccepibile e la sua
possibile negazione, tra la tentazione di riprodurre la realtà attraverso una
rappresentazione minuziosa e inflessibile e la volontà di ricordare allo
spettatore che la pittura è sempre una parafrasi concettuale di quello che ci
appare. Le grandi prospettive metropolitane, le scene negli interni e gli stessi
autoritratti dell’artista subiscono così dei cortocircuiti improvvisi,
denunciano la presenza incongrua di elementi che si insinuano nel tessuto delle
immagini, ne interrompono la fluidità, alterano il loro scorrimento e aboliscono
la loro plausibilità visiva generando un sentimento di incertezza, un allarme
strisciante che mette in guardia lo spettatore dalle sicurezze della percezione
e della coscienza. Ortona, a tal fine, utilizza cancellazioni e inserti
geometrici, rettangoli, macchie e sovrapposizioni concepiti forse come “filtri”
tra lo spazio fittizio del dipinto e il nostro mondo, come un’intersezione
temporale tra la figurazione e la nostra visione, sospesa volutamente
dall’artista in una condizione di dubbio e di crisi latente. Il supporto della
pittura diviene così il terreno per un’analisi serrata dei meccanismi
linguistici della riconoscibilità, in una rappresentazione sospesa che lascia
allo spettatore il compito di ricomporre e completare il volto interrotto
dell’immagine, il mosaico composito e difforme di una città rivelata nel suo
corpo vitale, nella sua essenza che la rende il centro e il terreno di scontro
delle mutazioni della contemporaneità.
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